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Da reali a divano

Come il Cavalier è passato dalle corti inglesi ai nostri cuori

Se c’è una razza canina che incarna perfettamente il concetto di nobiltà d’animo e grazia aristocratica, quella è senza dubbio il Cavalier King Charles Spaniel. Oggi siamo abituati a vederlo accoccolato sui nostri divani, mentre ci fissa con quegli occhi grandi, tondi e disarmanti. Eppure, la storia di questo piccolo e straordinario quattro zampe affonda le sue radici nei palazzi reali più sfarzosi d’Europa, tra intrighi di corte, re innamorati e artisti rinascimentali.
Ma come ha fatto un piccolo cacciatore di corte a trasformarsi nel compagno di vita moderno più amato in assoluto? Viaggio nel tempo alla scoperta di un mito a quattro zampe.
Un’ombra regale alla corte degli Stuart
Nel XVII secolo, sotto il regno di Re Carlo I e, successivamente, di suo figlio Carlo II d’Inghilterra, i piccoli “Toy Spaniel” erano molto più che semplici animali domestici. Erano veri e propri status symbol. Re Carlo II, in particolare, sviluppò una vera e propria ossessione per questi cani. I testimoni dell’epoca raccontavano che il sovrano non si muoveva mai senza essere circondato da un piccolo esercito di Spaniel, al punto da trascurare gli affari di Stato per giocare con loro nei giardini reali.
Si narra addirittura che il Re emanò un decreto reale (tuttora teoricamente valido nel Regno Unito) che garantiva a questi cani l’accesso a qualsiasi luogo pubblico, inclusi i palazzi governativi e il Parlamento. Questi piccoli animali non vivevano nei canili di corte: dormivano nei letti reali, venivano nutriti con i cibi più prelibati e venivano inseriti nei ritratti di famiglia dai più grandi pittori dell’epoca, come Tiziano e Van Dyck.
Il declino e la quasi estinzione
Con il cambio delle dinastie reali e l’arrivo dell’epoca vittoriana, la moda cambiò. Nelle grazie della nobiltà entrarono prepotentemente i cani a muso corto provenienti dall’Asia, come i Carlini e i Pechinesi. Gli allevatori dell’epoca iniziarono così a incrociare gli antichi Spaniel con queste nuove razze, dando vita a quello che oggi conosciamo come King Charles Spaniel (o English Toy Spaniel), un cane dal muso molto schiacciato e dal cranio bombato.
Il Cavalier originale, quello con il muso più allungato e armonioso ritratto nei quadri antichi, rischiò di scomparire per sempre.
Il miracolo degli anni ’20: la rinascita del “Cavalier”
La salvezza della razza arrivò grazie a un ricco americano di nome Roswell Eldridge. Negli anni ’20, Eldridge arrivò in Inghilterra sperando di acquistare uno Spaniel “del vecchio tipo”, come quelli che aveva visto nei dipinti storici. Con sua grande sorpresa, non ne trovò nessuno.
Non dandosi per vinto, Eldridge offrì una ricompensa altissima per l’epoca (25 sterline, una fortuna per quei tempi) durante la famosa mostra canina Crufts, destinata a chiunque fosse riuscito a presentare un cane con il muso più lungo e l’aspetto degli antichi Spaniel di Re Carlo. Gli allevatori accettarono la sfida. Partendo dai pochi esemplari tradizionali rimasti, ricrearono la razza antica. Per distinguerla da quella a muso corto, decisero di aggiungere la parola “Cavalier” (in onore dei cavalieri sostenitori di Re Carlo).
Oggi: i monarchi del salotto
Oggi il Cavalier King non deve più dimostrare il suo valore nei palazzi reali, perché ha conquistato il regno più importante: le nostre case. Il segreto del suo successo moderno risiede interamente nel suo carattere. È un cane dotato di una sensibilità e di un’empatia fuori dal comune, capace di sintonizzarsi istantaneamente con l’umore del suo proprietario.
Se decidi di passare una domenica pigra sul divano, lui sarà felice di fare la siesta accanto a te, trasformandosi nel perfetto “cane da grembo”. Se decidi di fare una lunga passeggiata nel parco, tirerà fuori il suo antico istinto da Spaniel, esplorando l’erba con energia e allegria.
Il Cavalier King ha compiuto un viaggio secolare straordinario. Ha lasciato i tappeti rossi e i troni dorati per arrampicarsi sui nostri divani, ma una cosa è certa: guardandolo negli occhi, si capisce subito che la sua regalità non è scritta in un documento genealogico, ma stampata nel suo cuore generoso.